Ci sono notti speciali in Appennino. La prima fortuna si manifesta in alcuni borghi arroccati tra foreste e montagne dove l’inquinamento luminoso è praticamente inesistente. La seconda fortuna consiste nel fatto che può capitare una notte di novilunio durante la quale il cielo sia sufficientemente buio e trapuntato di stelle. Ma c’è una terza condizione che sempre meno persone hanno la fortuna di sperimentare, un fenomeno che si manifesta in tutta la sua grandiosità, per esempio, là dove c’è un grande prato incolto oppure dove insistono fasce di vegetazione spontanea; sto parlando della “danza” delle lucciole nella notte, migliaia di piccoli coleotteri alati che emettono impulsi luminosi per comunicare fra loro nella fase di corteggiamento. Basterebbe già solo questo per fare delle lucciole le ambasciatrici di un rinnovato messaggio d’amore: una danza luminosa per trovare il proprio compagno o compagna in mezzo ad altri migliaia di simili, che cosa romantica. Peccato che nel terzo millennio ciò che non è fedelmente riproducibile dai nostri dispositivi elettronici, è come se non esistesse. Nel terzo millennio ciò che non è condivisibile dai nostri social network non lascia traccia di sé e cade nell’oblio. Probabilmente molti Millenials e Gen Z non hanno hanno mai visto lo spettacolo messo in scena da questi piccoli insetti, d’altronde i prodotti di sintesi dell’agroindustria non contemplano la loro sopravvivenza, perché considerati inutili al loro business.
Se qualcuno si prendesse la briga di chiedere ai propri nonni se hanno memoria dell’esistenza delle lucciole, ne scaturirebbero racconti intrisi di romanticismo e nostalgia per i bei tempi andati. Emergerebbero racconti di estati felici fatte di cose semplici, di scampagnate nei prati, di amori innocenti. E con essi ritornerebbe anche la memoria di notti buie, libere dalle troppe luci artificiali, notti buie e silenziose, accompagnate dalla danza delle lucciole nella bella stagione . E probabilmente i nostri nonni o bisnonni, concluderebbero con un sospiro dicendo che “allora era tutto diverso”.
In tempi di guerre dove si accusa l’Onu di troppa irrilevanza oppure del suo esatto contrario, andrebbe ricordato che l’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite nata per promuovere educazione, scienza e cultura e che sin dal lontano 1972 al suo interno venne istituita la Convenzione sul Patrimonio Mondiale dell’Umanità. In Italia ne sappiamo qualcosa, siamo il Paese con più siti riconosciuti, così per esempio la Costiera Amalfitana, il centro storico di Firenze, le Dolomiti, i Sassi di Matera, il Cenacolo di Leonardo Da Vinci e molti altri ancora, sono luoghi il cui valore storico, artistico e culturale è stato premiato con il massimo riconoscimento che possa esistere, ovvero quello di Partimonio Mondiale UNESCO. Da oltre vent’anni la stessa Commissione ha istituito anche il Patrimonio Culturale Immateriale che ha lo scopo di salvaguardare tradizioni, usi, costumi e forme d’arte di vario tipo. In particolare, la definizione di Patrimonio Immateriale è molto interessante, quasi rivoluzionaria se messa in relazione ai tempi moderni. In un mondo fondato sull’accumulo di beni materiali dove il prestigio ed il rispetto si misurano in base al valore dei possedimenti personali (lo smartphone più performante, la tv al plasma più grande, l’auto più grande, il conto in banca più grande…) ebbene parlare di Patrimonio Immateriale, suona come una sfida per l’intera umanità. La parola Immateriale conferisce la massima importanza al valore della cultura e della conoscenza che vengono tramandate di generazione in generazione ma che non sono necessariamente quantificabili con precise unità di misura. L’osservazione del rituale d’accoppiamento delle lucciole cos’è se non una forma di conoscenza di un fenomeno naturale che si tramanda nel tempo? A maggior ragione oggi giorno si tratta di una conoscenza tradizionale che sta scomparendo a causa delle attività umane. E cosa c’è di più immateriale se non quello di osservare a bocca aperta la danza delle lucciole nel buio della notte? Riprenderle con lo smartphone è quasi impossibile e condividere la scena tramite Social è un’impresa improbabile oltre che inutile, niente è minimamente paragonabile alla bellezza dello spettacolo vissuto dal vivo. E se ci pensate bene, è meglio così. Avere la possibilità di ammirare un fenomeno naturale solo di persona, lo rende un’esperienza unica e preziosissima. E qual’è il miglior “palcoscenico” per questo spettacolo? Proprio uno di quei borghi sperduti del nostro Appennino, è lì che per una serie di motivi si presentano le condizioni ambientali ideali per vivere questa magia della natura, fino a potersi immergere completamente, lasciandosi trasportare dalla danza delle lucciole. Ne sono testimone, una di quelle notti io c’ero ed ho sgranato gli occhi tentando di svegliarmi dalla realtà che s’era fatta sogno.
