Lettera ad Alice in una notte di mezza estate

Vedi Alice, sono sicuro che adesso penserai “ma perché queste cose le vieni a raccontare proprio a me?” Tu che nell’anno dei diciassette, da giovane donna del terzo millennio hai ben altre priorità che non stare ad ascoltare le fantasie bizzarre di uno zio noioso in preda ad una crisi di mezza età. Ma considera questo: prendi una notte di mezza estate, prendi un luogo lontano da tutto e da tutti; soprattutto lontano da luci e rumori. Prendi un luogo che allo stesso tempo è campagna, collina e montagna. E metti pure che ci sia un’intera vallata sotto di te ed una foresta alle tue spalle. Sembra un posto irreale quasi fuori dal mondo. Non un posto per giovani, si direbbe. Ma forse c’è dell’altro… potrebbe ad esempio succedere che un giorno tu ne abbia le scatole leggermente piene di rumore, traffico, inquinamento dell’aria ma anche e soprattutto inquinamento dell’anima…insomma se un giorno ti sentissi semplicemente stanca di stare ai ritmi, agli usi e costumi di una società degenerata, ecco allora forse un luogo come questo ti sarebbe d’aiuto. Non mi credi, lo so. E tantomeno riesci a comprendere queste mie astruse elucubrazioni mentali. Ma non importa, certe cose si capiscono solo col tempo oppure rimangono inspiegabili anche dopo cent’anni. Però se uno le sperimenta, percepisce qualcosa d’indefinito, qualcosa di simile ad una forma d’energia seguita da un particolare stato d’animo che lo pervade solo in quel determinato posto, in determinate condizioni ambientali.

Arrivai nella mia casa in Appennino anni fa alla ricerca d’una specie di mondo perduto dove la presenza umana, nonostante tutto, ancora non riuscisse a prevalere sull’ambiente naturale circostante. Cercavo quel mondo perduto di tradizione contadina che con grandi sacrifici era riuscito a convivere in equilibrio con le forze della natura e con le altre creature viventi. Sapevo che di quel mondo perduto non erano rimaste che delle “isole” solitarie in un oceano d’abbandono. Ma forse quell’oceano d’abbandono era persino necessario e salvifico, un’ampia terra di nessuno che separava queste isole del mondo perduto dalla civiltà cosiddetta – evoluta.

Andai nei boschi perché volevo vivere saggiamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non fossi capace d’imparare quanto aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere quella che non era una vita, la vita è così preziosa; non desideravo nemmeno praticare la rassegnazione. Almeno che non fosse proprio necessario. Volevo vivere fino in fondo e succhiare tutto il midollo della vita, volevo vivere in modo così vigoroso e spartano da sradicare tutto ciò che non fosse vita…”. Walden di Henry David Thoreau è una lettura che considero salutare per la crescita di una giovane donna e di un giovane uomo del terzo millennio. Le parole di Thoreau, scritte negli anni quaranta dell’Ottocento, oggi risuonano quanto mai profetiche e rivoluzionarie agli occhi di chi ne sappia cogliere il valore cristallino. Perché ho la sensazione che nonostante i nostri progressi tecnico-scientifici, ci stia sfuggendo di mano il senso ultimo della nostra stessa esistenza come esseri senzienti. Siamo totalmente immersi nel flusso delle azioni che la nostra società ci impone per cui più o meno coscientemente, siamo alla continua ricerca di rispecchiare quei canoni che ci facciano sentire adeguati ai nostri tempi. Ma così facendo, cara Alice, ci perdiamo dei pezzi preziosi di quel Tutto del quale facciamo parte. Sempre Thoreau  in un altro suo illuminante saggio del 1863 lanciava un chiaro ammonimento: “ecco dunque questa vasta, selvaggia, vacillante madre di tutti noi, la Natura, che vive in tutto quello che c’è attorno; che come il leopardo mostra tanta bellezza e tanto affetto per i suoi figli; eppure noi siamo svezzati così presto dal suo seno per essere lasciati alla società, a quella cultura che è esclusivamente un’interazione dell’uomo sull’uomo- una sorta di riproduzione incestuosa in grado di procreare al massimo una nobiltà all’inglese, una civiltà destinata ad avere una rapida estinzione”. Ebbene sono passati centosessantun’anni e le sue parole sono di un’attualità sconcertante, forse perché la comparsa del cosiddetto Homo Sapiens è databile all’incirca a 200.000 anni fa e dunque centosessantun’anni per la storia dell’uomo sul Pianeta Terra sono un lasso di tempo tutto sommato breve. Ad ogni modo in questo lasso di tempo relativamente breve l’uomo ha compiuto enormi progressi tecnologici ma evidentemente non altrettanti sul piano evolutivo. Altrimenti le parole di Thoreau non suonerebbero così attuali. Ed allora mi chiedo quali siano i pezzi di quel Tutto che ci lasciamo sfuggire sotto gli occhi, come se la nostra vista fosse distorta da un filtro virtuale che altera le nostre esistenze quotidiane ed anche le scelte che facciamo. Abbiamo tutto eppure non abbiamo mai abbastanza. Siamo iper-connessi eppure siamo soli. Abbiamo a disposizione tutte le informazioni del mondo eppure non sappiamo riconoscere quelle vere da quelle false, quelle utili da quelle inutili. Viviamo in società mediamente evolute eppure produciamo una quantità crescente di rifiuti ed avveleniamo la nostra casa comune…cosa ci sfugge? Cosa ignoriamo? Vedi Alice, c’è qualcosa che difficilmente troverai scritto in un libro di scuola. Se vorrai aumentare il tuo grado di comprensione del mondo e di conseguenza la tua personale consapevolezza, non c’è niente di meglio che l’esperienza diretta. Quest’ultima si può declinare in vari modi: dalle tante forme di volontariato, alle più diverse esperienze di vita che si allontanino quanto più possibile dalla società moderna organizzata, per come la conosciamo. Re-imparando prima di tutto ad usare i nostri sensi. Com’è ad esempio possibile che nelle nostre vite quotidiane anche a due passi da casa, il nostro sguardo incroci scene di degrado urbano, rifiuti abbandonati ovunque, beni pubblici danneggiati o fatiscenti, eppure noi passiamo oltre come se tutto ciò non ci riguardasse. Abbiamo allenato il nostro cervello a non reagire agli impulsi nervosi inviati da quelle immagini, prendiamo visione di quanto ci sta attorno ma in realtà è come se non lo vedessimo affatto. E che dire di tutti quei comportamenti sociali lesivi della dignità umana? Quante persone sole ed emarginate abbandonate a sé stesse? Quante persone fragili costrette ad accettare condizioni di lavoro umilianti al limite dello sfruttamento? Rifiuti umani al pari di quelli materiali che la nostra società produce in abbondanza. Penso che l’uomo moderno abbia sviluppato un meccanismo di adattamento all’ambiente che lui stesso ha pesantemente modificato e contaminato, un meccanismo di parziale rifiuto mentale rispetto agli stimoli della vista. Siamo giunti al punto che vediamo solo quello che viene filtrato dal nostro cervello mentre tutta una serie d’immagini non gradite vengono scartate, rimosse immediatamente. E dunque cosa siamo diventati se non rispondiamo più ad una serie di stimoli visivi? In quale specie d’esseri viventi ci siamo trasformati?

Nel migliore dei casi le nostre esistenze sono accompagnate da un rumore di fondo che ci anestetizza: non solo non reagiamo ad una molteplicità di scene che si presentano ai nostri occhi ma abbiamo imparato anche a subire passivamente tutta una serie di rumori che si elevano al di sopra della frequenza di quel rumore di fondo che ormai costituisce la base delle nostre giornate. Viviamo in contesti urbani dove l’inquinamento dell’aria è forse il fenomeno che fa più notizia ma in fondo è solo uno degli elementi nocivi coi quali ci troviamo a fare i conti. Anche se i conti cerchiamo sempre di evitarli e così mettiamo in moto quel nostro peculiare meccanismo di rifiuto e rimozione mentale. La nostra società moderna ha fatto dell’efficienza una specie di mantra per cui la stragrande maggioranza delle attività umane devono rispondere al requisito della velocità. Ma la velocità sottrae tempo per pensare ed ascoltare. Basterebbe fare un esperimento di questo genere: se durante le ore centrali del giorno ci ritagliassimo cinque- dieci minuti per restare immobili in silenzio, in ascolto dei suoni e dei rumori esterni, riusciremmo a stilare un elenco lunghissimo di fonti acustiche inquinanti. Sin dall’infanzia i nostri sensi vengono progressivamente alterati da fonti artificiali che l’uomo ha ingegnosamente sviluppato nel tempo. Ma dove finisce l’ingegno? E dove comincia il nostro ego smisurato? E dove avidità, smania di potere e di possesso? A questo punto ci viene in soccorso la Hybris, un termine coniato nell’antica Grecia per descrivere quelle azioni mosse dall’arroganza dell’uomo che con la propria forza pensava di poter infrangere l’ordine costituito, sia divino che umano. Per gli antichi greci costituiva una colpa, un peccato commesso infrangendo le leggi divine. Una colpa che avrebbe prodotto i suoi effetti nefasti anche sulle generazioni a venire. Senza dover risalire all’epica ed ai miti greci, gli esempi di Hybris sono infiniti anche in tempi recenti. Gli stessi cambiamenti climatici ne sono la prova più lampante, così come l’impoverimento di tutte le risorse naturali. Se gli antichi greci erano già riusciti a delineare perfettamente i contorni di questa perversione, l’uomo moderno invece è sempre più vittima della sua stessa Hybris. Pensiamo alle nostre vite, a quanto ci sforziamo per accumulare beni materiali, a quanti simboli del benessere non riusciamo più a rinunciare. Pensiamo a quanti abiti, telefoni, macchine e dispositivi elettronici cambiamo senza sosta, in preda ad una bulimia da consumismo che in ultima analisi non ci rende né più felici né più appagati. La stessa bulimia da consumismo che trasferiamo nel campo delle relazioni e nelle nostre esperienze di vita, spesso vane e superficiali.

Con l’avvento dell’era digitale le infinite possibilità che si sono dischiuse davanti a noi, continuano  a darci la sensazione del superamento d’ogni limite senza che ci si renda conto a quale livello di dipendenza andiamo incontro. Già oggi, buona parte delle nostre giornate sono condizionate da “applicazioni intelligenti”. Senza rendercene conto ci avviamo verso progressive perdite d’autonomia e capacità di giudizio, qualità umane che stiamo cedendo alle macchine. L’Intelligenza Artificiale è un mezzo potentissimo che porterà grandi progressi in diverse discipline ma rischia altrettanto di segnare lo spartiacque tra una vita sempre meno umana e sempre più artificiale. Soprattutto potrebbe segnare il totale asservimento dell’uomo nei confronti di una tecnologia così pervasiva. Sì Alice, li sento eccome i tuoi “uffa” ed anche le tue obiezioni “ma allora vorresti tornare al milleottocento?” Certo che no, non ho nessun problema ad ammettere che scienza e tecnologia nel corso dei secoli ci hanno garantito maggior benessere, ampliando le nostre aspettative di vita. Però cara Alice, i nostri sono anni chiave, anni di svolte epocali. E forse tornare per un attimo alla fine del milleottocento non ci farebbe male, 1873 per l’esattezza, un certo Signor Friedrich Nietzsche avendo già compreso tutto della natura umana, lanciava un chiaro avvertimento: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia del mondo: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella s’irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire”. Prendere coscienza del fatto che noi viviamo dentro questo “minuto tracotante e menzognero della storia” ribalterebbe la nostra scala dei valori e di conseguenza anche le nostre prospettive. Ad esempio non abbiamo ancora capito che la tecnologia fino a qualche anno fa’ poteva considerarsi nel bene o nel male al servizio dell’uomo. Oggi invece l’eccesso di tecnologia ha prodotto un’inversione dei ruoli: non più la tecnologia al servizio dell’uomo ma l’uomo sempre più al servizio della tecnologia. E così facendo l’essere umano si disumanizza. Le giovani generazioni sono le più colpite e le più attratte dal fenomeno tecnologico. Ma anche gli adulti non sono affatto esenti. Milioni di giovani si muovono, viaggiano e vivono con lo sguardo fisso sul loro smartphone privando della loro attenzione tutto il resto del mondo che li circonda. Una constatazione perfino banale che però ci permette di estendere il ragionamento a tutto quel complesso di supporti tecnologici dei quali non riusciamo più a fare a meno. Come se questi dispositivi oltre che facilitare alcune nostre attività, ci sottoponessero ad un controllo, cosa che effettivamente già fanno; per lo più si tratta di dati personali oppure di parametri misurati sulle nostre prestazioni . Esempi che ci dicono quanto siamo già dentro questa dimensione e quanto lo saremo sempre di più. A meno che non avremo la forza morale per uscirne, ristabilendo la giusta distanza tra uomo e macchina. In primis dovremmo riabituarci ad usare i nostri sensi quasi tornassimo ai primissimi anni della nostra esistenza, non ancora corrotti dalla dimensione artificiale del mondo. E dovremo re-imparare ad usarli tutti assieme per re-impossessarci della nostra umanità e per tornare ad apprezzare ciò che oggi ci sfugge. E come fare? Bella domanda. Il primo passo è una presa di coscienza e può avvenire solo se usciamo da logiche prestabilite e cominciamo a porci delle domande. Il secondo passo dovrebbe essere una “rivoluzione personale dolce”.  E’ incredibile come questa dimensione intricata sia tutta frutto del genio mal riposto dell’uomo e come ci manchi quel salto evolutivo essenziale per ristabilire un equilibrio tra esseri viventi, forme di vita ed ecosistemi terrestri. E perciò questa rivoluzione personale non potrà che avvenire solo se riusciremo a prendere le giuste distanze da quella dimensione artificiale che altera i nostri sensi ed i nostri comportamenti umani. Mantenere le proprie qualità umane, in fondo è un bisogno fondamentale della persona. Ed allora il distacco, la presa di distanza dalla dimensione artificiale, diventa necessaria e salutare. Rinunciando almeno in parte a quel surplus di tecnologia che ci circonda, sorprendentemente scopriremo che ne possiamo tranquillamente fare a meno. Teorie astratte? Roba da idealisti, da anime belle senza il senso della realtà? Dipende da noi, da quanta voglia abbiamo di metterci alla prova, di sperimentare una nuova via.

Testimonianze.

Più d’una volta nella vita ho avuto modo di girare per rifugi di montagna. Se affronti un trekking di più giorni, nello zaino devi portare solo lo stretto necessario perché ha una capienza limitata, inoltre tutto il superfluo che ci metti dentro peserà sulle tue spalle e quando sarai fiaccato dalla fatica del cammino, maledirai tutto quel di più che avresti potuto lasciare a casa. Ma non è finita qui perché il bello arriverà quando finalmente varcherai la porta del rifugio. E se sarà un vero rifugio di montagna, tutto sarà essenziale: dormitori spogli senza fronzoli, bagni in comune con acqua calda solo in determinate fasce orarie che ti costringerà a fare una doccia rapida o addirittura a non farla del tutto. In rifugio non ci saranno distrazioni, il massimo che potrai trovare sarà una “selezione” di libri nella maggior parte dei casi anch’essi a tema montagna, libri fotografici, guide escursionistiche, qua e là qualche romanzo. In rifugio si mangia presto e ci si sveglia presto. Dopo cena si fanno un po’ di chiacchiere, qualcuno gioca a carte, i più audaci intonano un coro. Ma presto si spengono le luci e così non resta che infilarsi in branda. In questo modo al mattino di buon’ora tutti saranno svegli e pronti per mettersi in cammino. A chi non è avvezzo tutto ciò potrà apparire come un sacrificio, una rinuncia ed in parte lo è. Eppure a colazione si vedranno solo facce allegre e rilassate, al massimo assonnate. Nell’aria dei rifugi aleggia una disordinata armonia, è tutto un fermento di preparativi per mettersi in cammino o per affrontare un’ascesa più o meno alpinistica. E dunque qual è il segreto dei rifugi? L’essenzialità: siamo costretti a privarci del superfluo per affrontare la giornata nella maniera più leggera possibile, sia che si parli del peso che ci portiamo nello zaino, sia che si parli dei nostri pensieri. E’ bene che affrontiamo gli impervi sentieri di montagna a mente sgombra concentrandoci unicamente su dove mettiamo i piedi e magari prendendoci più d’una pausa per ammirare la bellezza dei paesaggi. E poi succederà una specie di magia. Dopo qualche giorno di cammino ci sentiremo stranamente leggeri. No, lo zaino peserà inesorabilmente quanto e più di prima sulle nostre spalle ma noi ci sentiremo più liberi, impiegheremo le nostre giornate a soddisfare unicamente bisogni primari compreso quello di contemplare la bellezza dei paesaggi, osservando immensi panorami oppure rimanendo stupiti dal colore dell’acqua di qualche laghetto d’alta quota. Più o meno inconsciamente saremo pervasi dall’armonia del paesaggio intorno a noi. Alla sera in rifugio, prima di andare a coricarci, quando si farà buio sentiremo il bisogno di uscir fuori anche solo per qualche minuto ad osservare il cielo stellato, ascoltando il silenzio incantato che avvolgerà quel piccolo insediamento umano dove ci troviamo.

A riveder le stelle.

Prendi una notte di mezza estate in una solitaria casa di montagna, in un luogo non ben precisato degli Appennini. Un luogo lontano da tutto e da tutti, soprattutto lontano da luci e rumori. E metti pure che ci sia un’intera vallata sotto di te ed una foresta alle tue spalle. Fai attenzione, non è una favola, quel luogo esiste veramente. In quella notte di mezza estate ti sporgi sul balcone immerso nell’oscurità più viva che mai e tutt’intorno a te è un’orchestra di grilli senza pause e senza fine, una melodia che ti accompagna lievemente. Dal buio più profondo emergono puntini luminosi intermittenti, ondeggiano qua e là, scompaiono e riappaiono. Ti eri dimenticato che a questo mondo, da qualche parte esistono ancora le lucciole ma non ti aspettavi che comparissero proprio ora. Sembrano spiritelli che si muovono disordinatamente, chissà se ti vogliono dire qualcosa. Sei preda di un’inconsueta stimolazione visiva e uditiva: questa notte i grilli si sono alleati con le lucciole ed i tuoi sensi sono attivati al massimo delle loro possibilità. Il tuo istinto primordiale di animale in mezzo alla natura ti spinge a distinguere ogni segnale attorno a te. Ruoti la testa all’insù e ti trovi di fronte ad un cielo stellato senza uguali. E ti abbandoni allo stupore…perché non ricordavi che l’universo fosse così pieno di stelle e questa notte sono incredibilmente tutte lì in bella mostra:  come se sospeso a migliaia di chilometri di distanza, ci fosse un oceano punteggiato di luminosi corpi celesti a perdita d’occhio. Ora non sai più nemmeno in che direzione guardare così concentri lo sguardo in un punto indefinito sopra di te e più insisti nel fissare quel punto e più s’infittisce l’ammasso di stelle che lo popolano: alcune sono più grandi e luminose, altre di dimensioni decisamente inferiori, intuire la loro disposizione non è affatto semplice. Rammenti che esistono costellazioni che assumono forme fantastiche ma tu non vai oltre l’Orsa Maggiore e quella Minore, così provi a cercarle e forse hai anche scovato la maggiore ma interrompi subito la ricerca perché la tua attenzione è calamitata da una scia biancastra che attraversa la volta celeste: in mezzo allo smisurato firmamento stellato si fa ora più evidente questa scia nebulosa biancastra ed allora realizzi che non può trattarsi altro che della Via Lattea…stupenda. E ti accorgi di non averla mai vista prima, oppure se l’hai vista non è mai stata così tangibile. Sei di fronte ad uno spettacolo impressionante ed unico, sono così rare le situazioni nelle quali si riesce ad apprezzarlo in tutta la sua magnificenza. E tu questa notte hai la fottuta fortuna di trovarti in un punto d’osservazione privilegiato e ad eccezione di qualche sparuto lampione in lontananza, non c’è nessun ostacolo, nessun limite che ti separi dall’immensità dell’universo stellato. Stai vivendo un’esperienza difficilmente riducibile in parole scritte. Del resto, come si fa a contenere l’intero arco stellato in qualche pagina scritta? Intere galassie che l’occhio umano percepisce come punti luminosi a milioni di chilometri di distanza, com’è possibile confinarle in una qualsivoglia forma scritta?

Cara Alice, io questa condizione umana dell’infinitamente piccolo di fronte al mistero dell’universo, posso dire di averla sperimentata, credimi è una roba da far girar la testa. E allora quella notte di mezza estate ad un certo punto ho deciso che la vista dal balcone di casa non mi bastava più e così sono uscito fuori nel cortile e poi su in cima alla stradina per cercare di avere una visuale quanto più ampia possibile. Una notte perfetta, in assenza di luna il resto dei corpi celesti era letteralmente scolpito nel buio profondo. Totalmente a digiuno di nozioni d’astronomia, ho desistito quasi subito nell’andare a caccia di costellazioni anche se a dire il vero già solo i nomi stimolano la fantasia: a fianco dell’Orsa Minore ci dovrebbe essere il Drago ed appena più sotto il Cigno. Giusto un po’ più a destra si dovrebbe scorgere la figura di Ercole…già ma l’Orsa Minore qual è? Credo d’aver individuato la sorella Maggiore ma la Minore si confonde in mezzo alle altre stelle. In questa notte di mezza estate però ce n’è una che sprigiona una luce più intensa…sarà la Stella Polare? Oppure Vega? Sono indeciso, anzi totalmente disorientato. Potrebbe venirmi in aiuto la diabolica tecnologia del mio smartphone ma accidenti, è in carica. Rifletto che in fondo va bene così, non ho nessun bisogno dello smartphone, perdersi in questo mare stellato non ha paragoni; è un’esperienza soprannaturale che va vissuta appieno semplicemente risvegliando i nostri umani sensi. Sono io, questo piccolo omino sotto lo smisurato oceano di stelle, mi accompagna il canto dei grilli che non si è interrotto nemmeno un secondo mentre una leggera brezzolina mi sfiora la pelle. Sono io, un piccolo essere vivente immerso nel flusso dell’universo, faccio un respiro profondo, riempio i polmoni e trattengo la testa all’insù il più a lungo possibile. E’ l’unico modo che ho per restare immerso in quell’oceano che mi sovrasta. Il mio sguardo ora è fisso, rivolto a quella stella luminosa circondata da una miriade di altre sorelle in ordine sparso. Succede che dopo un po’ quel pezzo di cielo mi sembra più vicino e quelle stelle riesco a distinguerle nettamente una dall’altra e comincio a visualizzare frammenti di forme astratte. Sono così numerose e così nitide che sembrano fuoriuscire dall’oscurità, emergere dalla buia superficie. Un essere umano in contemplazione della volta celeste prova qualcosa di unico, un’attrazione primordiale; di fronte a tanta grandezza è indifeso e sopraffatto si abbandona facilmente a quella dimensione ultraterrena. In fondo ciò che ho sperimentato io quella notte, lo avevano già sperimentato prima di me una moltitudine d’uomini: drappelli di carovanieri lungo le piste dei deserti, intere ciurme di vascelli alla deriva negli oceani terrestri, esploratori giunti negli angoli più remoti del pianeta, uomini di scienza, astronomi oppure semplici sognatori. Il panorama umano che nei secoli si è trovato a contemplare le stelle è vasto e variegato ed evidentemente risponde ad un istinto primordiale che è allo stesso tempo umano e sovrumano perché trascende persino la reale comprensione dell’universo che ci sovrasta. Ed è chiaro che in quel momento l’uomo riconosce se stesso ed il suo ruolo nell’Universo: non più il dominatore di tutte le forze della natura ma un semplice essere vivente che è parte di quel Tutto che dovrebbe sostenere attraverso la conservazione della vita, dell’equilibrio, dell’armonia e della bellezza. Perché è il massimo obiettivo che le sue qualità umane gli possano permettere e non c’è niente di meglio ch’egli possa fare. Ecco allora ciò che ci sfugge, il senso ultimo della nostre esistenze. Abbiamo dimenticato qual è il nostro posto nell’Universo e quale il nostro ruolo, o peggio ancora l’abbiamo rimosso, presi come siamo dai falsi obiettivi che la nostra società ci impone.“In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia del mondo: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella s’irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire” Sembra un destino già scritto ma nonostante tutto noi umani abbiamo le qualità per salvarci da questa previsione nefasta, come singoli individui e come intera comunità dei viventi. A patto che ripercorriamo la via della salvaguardia della vita, dell’equilibrio, dell’armonia e della bellezza. Dipende solo da noi. E tu Alice, hai mai osservato un cielo stellato di queste proporzioni? Hai mai contemplato tanta meraviglia?

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