La guerra alle porte del Paradiso

Risaliamo la vallata solcata da un torrente impetuoso. Duemila metri più in alto, dalle viscere del ghiacciaio, questa massa d’acqua prende vita dall’unione di mille rivoli sotterranei. Parco Naturale Adamello Brenta. E’ il 25 Agosto 2017. Cent’anni fa su queste cime correva il confine tra Impero Austriaco e il Regno d’Italia. E’ un caldo giovedì , avvolto nella foschia ormai tipica delle estati del terzo millennio. In compagnia del fido Luigi, abbiamo deciso di metterci in cammino lungo alcuni dei più suggestivi scenari della Grande Guerra. Nel mio intimo, affronto questa avventura non solo per godere della bellezza dei luoghi ma anche e soprattutto, per annusare l‘aria, per cercare di afferrare quel poco che resta ancora sospeso, seguendo le tracce dei soldati lungo i sentieri delle Alpi.

Per raggiungere il Rifugio Carè Alto saliamo dalla Val Rendena, lungo la Val Borzago. Cent’anni fa questi territori del Trentino appartenevano ancora all’Impero Austro-Ungarico. Così mi chiedo per chi parteggiasse la popolazione locale a quei tempi, come si sentissero questi italiani dell’Impero Asburgico. La domanda mi sembra fondamentale per capire il passato e forse anche molte cose del presente.

Ciò che percepiamo da subito invece è la forza della natura, testimoniata dallo scorrere inarrestabile delle acque e dal verde lussureggiante delle diverse specie arboree. Stiamo vivendo l’ennesima estate da caldo record e dai lunghi periodi siccitosi, eppure qui la natura non mostra alcun segno di sofferenza apparente. Chissà com’era il clima in quell’estate del ’17 quando le diverse compagnie di Kaiserjager  risalivano il nostro stesso sentiero per giungere la dove ora sorge il Rifugio, dove a quei tempi si trovava una vera e propria base logistica dell’esercito austriaco. Come al solito anche questa volta ho portato con me uno zaino troppo pesante, così quando la fatica del cammino si fa sentire, mi sorge spontaneo l’istinto di provare ad immedesimarmi coi soldati che risalivano il sentiero. Provo ad immaginare quanto pesassero i loro zaini e le armi, con quale umore risalissero la vallata.

Giungiamo bagnati dal sudore al Rifugio, nostra base di partenza per i prossimi tre giorni. Al tramonto le cime che circondano la Val Borzago sono sommerse dalle nubi, risalite dal fondo valle per effetto ascensionale dell’aria calda. Il colpo d’occhio è stupendo, quasi mistico. Il nostro pensiero vola già verso i crinali che circondano il Caré Alto, la dove esattamente cent’anni fa, i soldati dei due diversi schieramenti si sobbarcarono sforzi sovrumani per sfidare prima ancora che i diretti nemici, la maestosità di questo ambiente naturale.

La sera ci aspetta una deliziosa zuppa di legumi capace di ritemprare il fisico come solo può fare una zuppa cucinata sapientemente in un rifugio di montagna. Scambiamo due chiacchiere col rifugista che con la sua bella barba grigia ha la faccia da vero uomo di montagna. Nella sala da pranzo ci sono alcune foto scattate da un tenente degli Alpini che dirigeva le operazioni sul Carè Alto durante quei giorni tremendi ed eroici.  Alcuni cimeli appesi ai muri: una pala, un elmetto, un proiettile da cannone ed altri resti dell’equipaggiamento militare di allora. Non riesco a frenare la curiosità di conoscere il pensiero della gente del posto. Così al termine della chiacchierata col rifugista gli faccio la domanda che mi frulla da un po’: “ma qui ai tempi della Grande Guerra eravate sotto l’impero Austro-Ungarico, lei ha qualche parente che ha combattuto con gli austriaci?” “certo mio nonno” mi risponde il barba…”e come si sentiva da italiano a combattere contro gli italiani?” “gli italiani erano nemici” mi risponde lui….”eh ma voi comunque eravate italiani, la vostra lingua e la vostra cultura erano italiane…ma suo nonno da che parte stava? Non si sentiva italiano?” in quel momento il rifugista mi da una risposta spiazzante “ma cosa vuol dire italiano? Anche in Canton Ticino parlano italiano ma sono svizzeri! Qui nella valle tutti erano favorevoli all’Impero Austriaco, si stava bene, ci trattavano bene.” Difficile dagli torto, l’uomo è essenzialmente un animale che tende al soddisfacimento dei propri bisogni, soprattutto l’uomo ragiona quasi sempre in termini utilitaristici. La gente di quelle vallate, sotto gli austriaci viveva in pace e non si sentiva affatto oppressa. Non c’era ragione di voler cambiare.

L’indomani mattina ci accoglie una foschia dorata, preludio di quella che sarà una giornata dal cielo terso. Sono riuscito a convincere Gigi nel scegliere un percorso che ci porterà al di sopra di un  Passo da dove molto probabilmente sarà possibile vedere la vetta dell’Adamello. Così ci incamminiamo verso il poco evocativo Passo delle Vacche. Sono convinto che arrivati al Passo avremo una visione d’insieme di quello che era il teatro di guerra sulla linea di confine oltre l’Adamello. Su queste cime sono stati issati con sforzi inenarrabili cannoni pesantissimi a difesa dei baluardi più estremi. Gli eserciti avevano colonizzato quello che allora era il regno delle nevi: costruiti baraccamenti, reticolati, teleferiche. Scavate vere e proprie gallerie nel ghiaccio. Il Corno di Cavento che si trova tra Adamello e Carè Alto, è stato più volte conteso dai due eserciti. Stiamo parlando di una cima di 3400mt che cent’anni fa era letteralmente sommersa dalle nevi e ghiacci perenni. Nella primavera del ’17 gli austriaci costruirono una prima galleria a scopo difensivo sotto la vetta, successivamente assaltata da ben 1500 alpini. Un anno dopo gli austriaci costruirono un’altra galleria per sorprendere gli italiani. Quest’ultima, ricchissima di reperti, è riemersa dai ghiacci solo nel 2007. Si sono conservati persino i giacigli in paglia sopra i quali dormirono i soldati austriaci, una postazione telefonica, una stufa.

La foschia mattutina presto si dirada e lascia spazio ad un cielo dall’intensa tonalità turchese. Il sentiero guadagna quota gradualmente, aggirando in direzione Nord-Ovest il Corno di Cavento. Siamo sovrastati da imponenti bastioni di roccia che alle quote superiori contengono ciò che resta dei nevai di vetta. Rocce levigate da infiniti ruscelli, testimoniano l’inarrestabile scioglimento delle nevi. Superiamo una prima bocchetta che sovrasta un ampio canalone detritico e in due ore di cammino raggiungiamo il Passo delle Vacche, quota 2800. Prima ancora di raggiungere il Passo, in lontananza, avvistiamo un muro costruito a secco con massi perfettamente squadrati. E’ chiaramente una postazione di tiro e ce ne rendiamo conto da subito, dato che da quel punto si apre a 180° la visuale sulla Val di Fumo. Da punto di passaggio del bestiame ad avamposto militarizzato. Ed ora esattamente cent’anni dopo, la veste di meta escursionistica, ove godere dell’incantevole panorama senza però dimenticare le trascorse vicende umane. Ed io, avvolto dal luminoso silenzio, dispensato da questa mattinata di tarda estate, sento che la montagna a queste latitudini è ritornata a dettare i ritmi del tempo. E’ una sensazione che mi conforta, qui madre natura ha ristabilito il suo ordine. Concludiamo l’escursione con la vista panoramica sul massiccio dell’Adamello, luogo mitico, strenua riserva di ghiaccio e di memorie di guerra.

Il giorno seguente ci aspetta una giornata intensa. C’è un cannone austriaco puntato sul ghiacciaio di Lares, duecento metri sopra il rifugio. Al mattino ci svegliamo di buon ora e confortati da un cielo splendente, zampettiamo tra i massi fino a raggiungere la bocchetta del cannone.  La collocazione del bestione di ferro è davvero panoramica. Sopra di noi si stende la coltre di ghiaccio che sale fino al Carè Alto. Qui la sensazione che potrebbe rimanere impressa nella mente di un turista sbadato, sarebbe forse unicamente quella legata alla grandiosità dell’ambiente montano. Invece basta fermarsi un attimo per cogliere una tremenda verità: quella finestra naturale aperta sul ghiacciaio, era perfetta per colpire senza scampo qualsiasi nemico tentasse di raggiungere il campo base austriaco. Di fianco al cannone, depositati a terra, ci sono ancora i pesantissimi proiettili. Dal peso si intuisce bene la forza d’impatto di cui erano dotati. Oggi il bestione di ferro osserva muto il ghiacciaio, non più minacciato dalle bombe ma bensì dal surriscaldamento del pianeta terra. Ci muoviamo in un ambiente superbo di alta montagna: rocce frastagliate, ampi valloni scavati dalle acque di fusione che formano laghetti dalle forme sorprendenti. E poi ancora rivoli d’acqua zampillante ovunque e infine lassù il sempre più raro e affascinante paesaggio dei ghiacciai alpini. In ultimo le vette… talvolta solitarie, talvolta una al cospetto dell’altra, alcune impressionanti e pretenziose, certe altre più riservate ed esclusive. Dopo aver risalito per intero un ampio vallone glaciale, raggiungiamo un esteso altopiano che raccoglie acque di fusione e rocce detritiche. Sotto la Vedretta di Lares si è formato un primo laghetto e più sotto ancora in direzione dell’omonimo Passo un altro laghetto a forma di cuore, si esattamente a forma di cuore. Chissà se cent’anni fa quel laghetto aveva la stessa forma: immagino i soldati aggrappati alle rocce e ai ghiacci, minacciati da proiettili, esplosioni, freddo, valanghe e assalti nemici. Chissà se nei momenti di tregua tra uno scontro e l’altro, hanno mai osservato quel simbolo di amore in mezzo a tanti simboli di morte. A breve distanza ci sono molti resti dei baraccamenti che costituivano il campo base avanzato a supporto delle truppe. E’ impressionante vedere ancora quanti reperti siano rimasti sul terreno, testimonianza delle molteplici manovre di guerra. Fu un contributo eroico di migliaia di uomini, perlopiù contadini e montanari che si fronteggiarono da una parte e dall’altra, non solo sfidando i propri nemici ma anche e soprattutto sfidando i limiti imposti dalla natura. Li dove c’era il campo base, si distinguono  resti di grosse stufe a legna, un numero infinito di lattine, pezzi dei caricatori da mitragliatrice e un infinità di proiettili. E poi ancora, staffe in ferro, filo spinato e assi di legno ovunque. Ma la cosa più impressionante di tutte è la quantità di ossa che si trovano sul terreno. Per qualche minuto ci viene il dubbio che possa trattarsi di resti umani invece come poi ci confermerà il gestore del rifugio, trattasi di resti animali. Certo che trovarsi tutte quelle ossa li a due passi da dove correva la linea del fronte, crea una macabra suggestione. In realtà anche alle quote più alte erano state installate delle teleferiche. Perciò è verosimile pensare che dal fondo valle venissero spediti interi quarti di carne animale poi lavorata nelle cucine da campo. Tra queste rocce e nei ghiacci, sono ancora impresse le tracce della Grande Guerra che qui prese il nome di Guerra Bianca. E’ pomeriggio inoltrato, la giornata è stata lunga e ricca di spunti emotivi, abbiamo camminato molto e Gigi preferisce ridiscendere con calma. Io invece vedo il muro di ghiaccio a poche decine di metri e non riesco a resistere al suo richiamo. Così ci vado, supero un ulteriore dislivello camminando sopra massi levigati di enormi dimensioni. Eccomi sono li. La lunga coperta bianca che sale fino ai piedi del Carè Alto è un vero e proprio organismo vivente. E’ tardo pomeriggio, sono solo ai confini di questo universo, immerso in un’atmosfera sospesa: l’unico rumore udibile è il crepitio dei ghiacci accompagnato dallo scorrere sotterraneo delle acque. Estremizzando, mi sento un po’ come il primo uomo sulla Luna, un Cristoforo Colombo sbarcato nel Nuovo Mondo. Il primo comando austriaco si stabilì quassù nel febbraio del ’17. A quei tempi la Vedretta di Lares sicuramente era molto più estesa:  dove oggi ci sono detriti e laghetti alpini, cent’anni fa era tutto ghiaccio. I Kaiserjager e gli Alpini si trovarono ad attraversare un territorio molto vasto in condizioni estreme. I soldati che a quei tempi si spinsero fin quassù, erano esploratori ai confini del mondo conosciuto. Di fronte a loro l’imponderabile.

Sento il bisogno di fermarmi in contemplazione, di ascoltare il silenzio. Ma è un silenzio pieno di sussurri: sono le anime dei soldati caduti quassù, alle porte del paradiso. Mi siedo sopra un masso che con la sua enorme mole offre un affaccio panoramico di fronte al ghiacciaio. Osservo la superficie bianca ondulata, intervallata da crepe e seracchi. Il ghiacciaio è segnato da successive linee di pendenza che conducono fino alle cime dei monti, quasi fossero una serie di ripidi scalini. Il mio sguardo abbraccia a 360° questo tempio della natura e degli spiriti. Si perché qui le anime dei soldati reclamano ancora i loro corpi. Così come l’anima del Tenente Felix Hecht Von Eleda. Il 15 Giugno 1917 Felix Hecht aveva 23 anni. Viennese di famiglia nobile e fervente cattolico, odiava la guerra. Il padre a sua volta era un gerarca dell’esercito imperiale per cui Felix fu avviato alla carriera militare. Ragazzo colto, sensibile, dal forte senso del dovere, amava la montagna e chiese di essere mandato sul fronte alpino. Gli fu così assegnato il comando del Corno di Cavento a 3400mt di altezza. Dal Febbraio del ’17 Hecht seguì personalmente le operazioni di approntamento dell’avamposto del Cavento. Esattamente sotto la cima venne scavata una grotta dove vennero praticate delle feritoie per posizionare le mitragliatrici. Ad un ragazzo così giovane, in quel momento venne assegnata probabilmente la postazione più pericolosa sul fronte alpino. Felix era ben conscio della situazione estrema in cui si trovava. Al comando di una cima circondata dai ghiacci e dalle nevi perenni, esposta ai potenziali attacchi in una moltitudine di direzioni. Il tenentino teneva sempre con se un diario personale dove annotava le sue impressioni. Questo diario era talmente personale che lo aveva sempre indosso. Su quelle pagine il giovane Felix impresse dei giudizi inequivocabili: disprezzava l’inutile massacro e gli “imboscati”. Deplorava la completa mancanza di umanità nei confronti dei nemici, uccisi coi metodi più vili e trattati come bestie quando venivano fatti prigionieri. Prefigurava la fine dell’Impero austroungarico. Nel diario non mancano i riferimenti alla bellezza sublime della natura. Quando sotto il bombardamento degli Alpini i suoi soldati si diedero alla fuga, lui restò fino all’ultimo a difesa dell’avamposto, colpito a morte da una granata alla testa. Il suo corpo giace in qualche dirupo sotto il ghiaccio. La sua anima aleggia ancora tra le rocce e i ghiacci, alle porte del paradiso.

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